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venerdì 7 novembre 2003 |
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Plebiscito,
il salotto del gusto. |
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Di sopra, tra i velluti rossi del Teatrino di corte, scorre il dibattito, con la sua sacrosanta teoria: il ministro Gianni Alemanno e Sassolino e Iervolino e gli assessori all’agricoltura della Campania celebrano “le coltivazioni e gli allevamenti delle identità”, sostengono la politica delle produzioni territoriali e l’ambiente protetto delle appartenenze, rivendicando quell’economia che, nel mondo minacciato dagli Ogm, sta crescendo intorno al turismo (e anche alla moda) del gusto tradizionale. Ma è di sotto, appena usciti da Palazzo Reale, che comincia il film e resti li a goderti il risutato. Piazza del Plebiscito illuminata come a Capodanno: e lungo 120 stand, non solo il “teorema” sugli alimenti da salvaguardare che diventa realtà. Pasta, agrumi, affettati, formaggi, cipolle e carciofi e mortadella, caciocavalli, fichi, fave, anguille, tanto pane (come la straordinaria Marocca di Casola, con farina di castagna, Lunigiana, in Toscana). Ma soprattutto un autentico viaggio in Italia. Cose tenute ormai alla larga dalle nostre tavole, da Trentino al messinese: fino a quando è arrivata la tenace carovana di Slow Food, a formare l’esercito dei suoi presidi. Pezzi di “patrimonio” d’una nazione. Napoli, le otto di ieri sera, a Largo di Palazzo. Benvenuti al Quarto Congresso nazionale Slow, la svolta eco-gastronomica della grande associazione di Carlo Petrini; Slow Food (con i suoi 78mila soci e la rappresentanza in 50 Paesi del mondo) per la prima volta in grande a Napoli, con i convegni e l’affascinante mercato all’aperto. Oggi altri lavori a Castel Sant’Elmo, domani tre passeggiate per i soci (si visita anche il mercato ricchissimo di odori della Pignasecca e la casbah con il suo pane casereccio e i banchetti dei contadini di Borgo Sant’Antonio Abate). Ma da ieri sera, il Plebiscito è carrellata di prodotti d’origine, festa, convivialità, sapere gastronomico, una folla di oltre 6mila persone in meno di cinque ore, malgrado la serata di tramontana che fa quasi preludio natalizio. A ridosso del porticato di San Francesco, ci sono 30 tonnellate di alimenti, compresi il piennolo del Vesuvio e la colatura (ma la “tradizionale” sarà sul mercato solo dal 2004) di alici di Cetara; e ci sono entusiaste code di consumatori presso la “cucina di strada”, con le pizze, piatti di “mangiamaccheroni”con pasta di ragnano, ciotole con brodo di polipo, coppetti di carta grezza colmi di “o pere e o musso” (il piede del maiale col muso della vitella), pannocchie e caldarroste. Stand aperti anche oggi e domani. In piazza per assaggiare, capire. Acquistare: anche se – e non potrebbe essere altrimenti, dato il solitario investimento di risorse e di tempi – non sempre si tratta di prezzi accessibili. Ma i presìdi continuano. E, a giudicare dal successo napoletano, è una strada che diventerà sempre più praticata. “E’ un termine quasi militare, presidio – spiega Raffaella Ponzio, una delle responsabili – L’idea che non si recede da questi prodotti e da queste storie”. |
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