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CRONACHE DEL MEZZOGIORNO

domenica, 22 dicembre 2002

Natale, il cenone tra arte e tradizione
di Ferdinando Cappuccio.

Le festività natalizie purtroppo stanno sempre più assumendo la caratteristica di giornate divorate dall'ansia di "consumare", perdendo quelle connotazioni religiose e familiari che ne sono l'essenza.
A farci ancora vivere l'atmosfera magica della Vigilia e del giorno di Natale ci aiuta fortunatamente la tavola; la cena della Vigilia e il successivo pranzo natalizio sono infatti ricchi di tradizioni e cultura e consentono ancora ai più di riunirsi, cosa divenuta, nel corso dell'anno, sempre più difficile.
Certo molte abitudini sono cambiate nel tempo; i dolci, che rappresentavano quel "di più" rispetto alle giornate di festa
normali, non, vengono più preparati giorni prima dalle famiglie, ma comprati in pasticceria; l'abitudine a mangiare in abbondanza (fortunatamente!)rende meno atteso il pranzo di Natale; la fretta della vita moderna non ci consente "lo struscio" tra le pescherie, specie quelle site in santa Lucia, con le vasche dei capitoni vivi e le vongole che "respirano". Ma cosa si mangiava e si mangia la sera della Vigilia?
Fermo restando che ogni famiglia ha le proprie tradizioni di casa, alcuni capisaldi gastronomici sono immutabili.
L'antipasto classico, è costituito dalla frittelle di pasta "cresciuta" con alici o con baccalà, da servire calde. Il primo, sempre presente, è lo spaghetto
con le vongole veraci o con i lupini.
Su questo piatto esistono differenti modi di elaborazione, che variano da famiglia a famiglia. Alcuni, dopo aver sgusciato le vongole, preparano il sugo appena macchiato con un pomodorino; altri invece, preferiscono mangiare gli spaghetti in bianco, senza sgusciare preventivamente le vongole.
Altro primo, rigorosamente presente nella tradizione salernitana, è la pasta con la colatura di alici di Cetara. Anche qui le varianti sono molteplici: si può gustare versando la pasta in un condimento a crudo realizzato con colatura, olio, aglio,prezzemolo e peperoncino; altri ,preparano un sugo marinaro, con olive e capperi e vi aggiungono la colatura; altri ancora la combinano con noci e pinoli.
I secondi classici sono il baccalà all'insalata con
il contorno dei broccoli di Natale, gli involtini di scarola ripieni di olive verdi, aglio e capperi, il baccalà fritto, il capitone fritto o in carpione, la frittura mista con triglie, calamari e gamberi.
Non deve mancare, sia pure per un assaggio,l'insalata "di rinforzo", composta da cavolfiore, "pupacchielle", olive verdi, acciughe, 'aceto e olio, piatto che doveva sostenere (?) la cena di magro (!)
Irrinunciabile la frutta secca che veniva conservata durante l'estate proprio per il Natale, con i fichi "moscioni" da imbottire con le noci, i fichi al cioccolato del Cilento, i fichi infilati, l'uva passa nelle foglie di limone, le albicocche secche e tutte le altre prelibatezze che almeno una volta all'anno fanno trascurare i trigliceridi.
E poi i mandarini le cui bucce una volta venivano gettate nei "bracieri" per profumare la casa, l'uva, le mele e il melone di Natale, quello bianco, che una volta si teneva appeso nella"loggia".
Infine la cena si chiude con la serie dei dolci: il roccocò a forma di ciambella schiacciata, fatto con farina, zucchero, garofano e noce moscata; il susamiello, a forma di "S", da cui il nome, fatto con farina e mandorle; il mostacciuolo a forma di losanga, con, cacao e cannella; il divino amore, a forma ovale, con pasta di mandorla, frutta candita e naspro; il raffaiolo con farina, zucchero e limone grattugiato; gli struffoli, le zeppole, i dolcetti di castagne.
Cosa si beveva? Il vino preferito era il rosso di Ogliara o il bianco "lambiccato".
Oggi si può accompagnare la cena con un ottimo bianco delle nostre zone, dei tanti validi produttori, in maniera, tale da ,esaltare meglio la magnifica
cena.
Sui dolci andate fuori tradizione e bevete ,un buon moscato piemontese.
Buon Natale!


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